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May 27, 2010 ore 08:29:01
inserita da Raffaella Bon
SINISA Mihajlovic è un giocatore della Fiorentina. Niente errori di battitura, è la memoria che corre indietro. Al gennaio 2002, quando la Fiorentina era nel vulcano del quasi-fallimento. L’ultima eruzione di mercato fu un aggancio al neo allenatore viola, all’epoca difensore centrale con laurea, più che licenza, del gol del calcio piazzato.

Amico di Roberto Mancini, allora tecnico viola, la contestazione in seno alla piazza fece poggiare a Sinisa il braccio sul sedile, voltarsi indietro, fare retromarcia e dire addio alla maglia gigliata. Otto anni dopo, per la serie a volte ritornano, Firenze è ancora nel suo presente. Nel presente di un uomo duro e diretto. Lasci o prendi, lo ami oppure provi l’esatto contrario. Vive la vita a testa alta, lui che ha visto e vissuto la morte nel suo paese. Le perdite. La Patria, concetto distinto e netto, come i suoi punti di vista. La guerra. “Il mio popolo, la mia terra ne uscirono devastati”. Il 24 marzo 1999 cominciarono i bombardamenti sulla Jugoslavia da parte della Nato.
Sinisa era in ritiro con la nazionale, la mattina fu svegliato dalle immagini dei caccia che “sventravano la Serbia”. Il suo passato, il suo presente, non lo rinnega. I suoi pensieri per qualcuno sono binari opposti, mai conciliabili. “Ho fatto un necrologio per Arkan —ha detto in un’intervista del 2009 — e lo rifarei, perché era un mio amico. E’ stato un eroe per il popolo serbo. Conosco tanta gente, anche mafioso, ma io non sono così. Atrocità commesse? Ne parlate voi che non c’eravate”.

A CHI LO accusava di essere ‘spia di Mancini’, reagì a brutto muso in un caldo pomeriggio fuori da Appiano, nel 2004. La prima in panchina arriva a Bologna, piazza in declino ed in cerca di linfa nuova ed aria fresca. “Sono certo che ricambierò la fiducia concessami. Io inesperto? Va bene, ma non sono certo uno caduto dalla luna”. E poi il rapporto con Mancini, “uno che mi ha sempre dato consigli ed al quale li chiederò sempre”, il coraggio di ammettere i propri meriti e le proprie colpe.
“Dobbiamo continuare su questa strada, coi piedi per terra” disse dopo l’ennesimo risultato positivo con il suo Catania, guidato al record di punti in A.

POI FRASI dette senza peli sulla lingua. “Se Totti deve rompere le ‘scatole’ agli arbitri, meglio che stia fuori, anche se per come sta ora è meglio che giochi”, oppure “al Palermo ed al Milan non ci andrò mai, neanche se dovessi morire di fame”. Anche con gli arbitri, difficile nascondersi, trattenersi, mandarle a dire e non dirle.
“Campagnaro si è lasciato cadere per terra — cmmentò Mihajlovic dopo un rosso ricevuto in una gara contro il Napoli — ma l’arbitro ha dato il fallo. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, riempito anche da quel rigore netto e non concesso su Delvecchio. Controllarsi? Facile dirlo da fuori, nelle gare importanti è difficile farlo ed è un mio forte difetto che devo migliorare”. In mezzo l’inchiesta per razzismo, gli abbracci degli allievi a Catania, i rimproveri da sergente di ferro, i trofei vinti da giocatore, quelle amicizie e quegli striscioni contestati, lo sputo a Mutu, le punizioni da cecchino. Questo è Sinisa Mihajlovic. Prendere o lasciare.

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