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Oct 29, 2014 ore 19:28:44
inserita da redazione violaplanet
Stramaccioni e Montella. Ormai tutti sanno che i due, oltre ad essere colleghi, sono anche amici di vecchia data. Ma per saperne qualcosa di più, ecco le parole di Andrea Stramaccioni tratte dal libro ‘Semplicemente… Montella’ di Michela Lanza (AB Edizioni). «Per me Vincenzo è prima di tutto un amico, poi un collega. Ed ho una marea di ricordi e aneddoti che mi legano a lui. Abbiamo condiviso diversi momenti particolari, perfino divertenti. Mi ricordo di quando lui decise di iniziare la sua carriera da allenatore. Era l’estate del 2009 e aveva un altro anno di contratto da giocatore con la Roma, all’epoca allenata da Spalletti. Poi all’ultimo momento – non so di preciso cosa successe – non parti per il ritiro con la squadra, decidendo di mettersi in gioco in un nuovo ruolo, quello di allenatore, iniziando dalle giovanili della Roma. C’e da dire questo: la cosa divertente è che nel mondo del calcio, chi è abituato a far parte della prima squadra ha una concezione particolare di settore giovanile… Per cui, quando a Vincenzo – che aveva un ottimo rapporto sia con la presidentessa Rosella Sensi che con la dirigente Sig.ra Cristina Mazzoleni –, proposero la panchina di una squadra delle giovanili, per lui era scontato fosse quella della Primavera o degli Allievi. Però alla guida della Primavera c’era De Rossi, il papà di Daniele, e alla guida degli Allievi c’era un giovane allenatore, con un contratto particolarmente lungo, che aveva già fatto un suo percorso all’interno dello stesso settore giovanile e che aveva già iniziato ad essere corteggiato dall’Inter, società che stava pensando di affidargli la panchina della Primavera: ovvero tal Stramaccioni – ha raccontato sorridendo e anche con un po’ di autoironia –. Ma li per li non ci pensava, per questo rimase in un primo momento sorpreso quando gli fu detto: “L’unica panchina che ti possiamo offrire è quella dei Giovanissimi”. E non appena ci conoscemmo, tra l’altro entrando dal primo istante in sintonia, mi racconto col sorriso sulle labbra della sua fulminea illusione di poter ambire fin da subito ad un ruolo di maggiore responsabilità. Tutto questo – ripeto – perché tra noi c’e stato dal primo momento un feeling particolare». Una conoscenza, quella tra Stramaccioni e Montella, nata sul campo, quando fianco a fianco cercavano di inculcare ai ragazzini del settore giovanile della Roma il loro credo calcistico. Le loro idee, perfino simili. E lavorando praticamente gomito a gomito e confrontandosi quotidianamente che la loro amicizia è nata e si è fortificata. Crescendo col passare dei giorni, delle settimane, dei mesi. «La mia squadra e la sua si allenavano più o meno alla stessa ora. E sullo stesso campo. Capitava che ci allenassimo prima noi Allievi, poi loro Giovanissimi o viceversa, e che quindi ci dessimo il cambio per quanto riguarda il campo. Come fanno gli atleti di una stessa squadra che gareggiano insieme passandosi il testimone durante una staffetta… Oppure è capitato anche che l’orario degli allenamenti coincidesse e che quindi ci trovassimo in contemporanea sullo stesso terreno di gioco. Questo, unito al fatto che abbiamo mosso i primi passi da allenatore insieme, ha contribuito molto a farci conoscere e ad entrare fin da subito in confidenza. A far si che tra noi ci fosse fin dal primo momento empatia, sinergia. E che ci confrontassimo su tutto, avendo anche gli stessi metodi innovativi di preparazione atletica. Metodi che vanno ad affiancare le direttive che si imparano a Coverciano». Nonostante tutto, nonostante la chimica che ha permesso loro di legare così in fretta, Stramaccioni ha sottolineato come l’attuale tecnico viola l’abbia in qualche modo sorpreso: «Lui è stato Vincenzo Montella, un bomber conosciuto ovunque nel mondo del calcio. E il fatto che abbia legato tantissimo con me che non sono nessuno mi ha colpito. Perché ha dimostrato una grande umiltà e mi ha fatto capire che è una persona dai valori veri, reali. Non è un ragazzo che ama fare il fenomeno, ma uno che sa scegliere le persone con cui relazionarsi». Dal campo al fuori campo: «Col tempo abbiamo iniziato a vederci qualche volta la sera, dopo gli allenamenti delle nostre rispettive squadre. Ad uscire insieme. E a condividere le nostre idee e le nostre esperienze. Come questa che amo raccontare, che m’è balenata nella mente proprio pensando al rapporto di amicizia e stima che mi lega a Vincenzo. Era il mese di aprile del 2010, il giorno 20 per la precisione. Vincenzo doveva andare a Milano per registrare uno spot. E combinazione volle che anch’io fossi diretto nella stessa città, nello stesso giorno: ero stato invitato dall’Inter – che come ho già detto mi stava corteggiando da tempo, senza che nessuno lo sapesse – a vedere la semifinale di Champions League tra i nerazzurri di Mourinho e il Barcellona. Quando Vincenzo mi disse: “Devo andare a Milano, vieni con me?”, pensai che avesse capito qualcosa dei miei contatti con l’Inter e che mi stesse prendendo in giro… Del resto, lo sapete com’e lui, no? Fa sempre battute mirate, scherza, sorride. Insomma, pensai che quel “Vieni con me?” fosse il suo modo di farmi capire che sapeva qualcosa. Il motivo per cui stavo salendo a Milano. Ma io ero intenzionato a non stare al suo gioco. E mentre eravamo in treno, diretti verso la capitale della moda, venne fuori un’idea: “Visto che siamo li, vediamoci Inter-Barcellona…”. Cosi, con gli accrediti del settore giovanile dell’Inter, ce ne andammo in tribuna a vedere una delle partite più belle di sempre. L’uno al fianco dell’altro. E mi ricordo che per tutto l’arco dei 90 minuti non facemmo che disquisire su chi fosse più decisivo tra Sergio Busquets e Thiago Motta, nell’economia del gioco delle due compagini. Questo per far capire come le nostre teste intendono il gioco del calcio e l’importanza che danno al ruolo del playmaker (non a caso Vincenzo ha potuto contare su uomini come Lodi a Catania, e come Pizarro e Borja Valero a Firenze). Avremmo potuto puntare la nostra lente d’ingrandimento sulle prestazioni di Messi ed Eto’o, per esempio. E invece no. Invece ci concentrammo su questi due giocatori straordinari, facendo le nostre osservazioni da tecnici: io preferivo il blaugrana, Vincenzo prediligeva l’interista. Insomma, eravamo due giovani allenatori del settore giovanile giallorosso, che per coincidenza si ritrovarono ad assistere ad una partita top. Storica. Chissà chi avrebbe immaginato che di li a poco Montella sarebbe diventato l’allenatore della prima squadra della Roma, e io l’allenatore dell’Inter? Ah, a proposito: poi raccontai tutto a Vincenzo, gli dissi il vero motivo per il quale ero salito a Milano…».


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