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Dec 20, 2014 ore 23:46:26
inserita da redazione violaplanet
DAL LIBRO: SEMPLICEMENTE... MONTELLA Considerarlo un secondo padre forse e troppo. Ma è certamente riduttivo considerare il loro legame uguale a quello tra un normale presidente ed un suo calciatore. Tra Vincenzo Montella e Fabrizio Corsi c’è un’amicizia ormai di oltre 20 anni destinata a durare ancora. Probabilmente per sempre. «Vincenzo per me era ed è come un nipote. E arrivato nel 1987. Io non ero ancora presidente dell’Empoli, anche se già facevo parte dell’ambito societario. Ero il più giovane tra i dirigenti e ho vissuto un contatto diretto con Vincenzo e tutti gli altri ragazzi. Grande direttore generale della società era Silvano Bini, uno che ne ha visti arrivare di talenti in erba… Ma restiamo a Montella. Noi avevamo un accordo con una società dilettantistica della provincia di Napoli, di Castello di Cisterna, con la quale abbiamo collaborato per decine di anni. C’era una persona di riferimento che annualmente ci portava questi ragazzi in prova. Lui faceva la selezione in loco. Noi, dopo, li valutavamo qua. Quando Vincenzo arrivò, mi ricordo che un punto di riferimento importante per lui e per gli altri ragazzi più giovani fu Giulio Drago: era il portiere della prima squadra e oggi e uno dei nostri collaboratori per il settore giovanile». Ma Corsi ha deciso di regalare curiosità e aneddoti ai lettori: «Non mi dimenticherò mai di quando, a 16 anni, mi chiese se gli procuravo un cellulare. Non ricordo con precisione il motivo, ma di fatto il primo telefono glielo regalai io. E gli dissi: “Non lo dire a nessuno, mi raccomando”. Ecco… il giorno dopo si presentò da me il suo ‘compagno di merende’ (al secolo, Tegolo) e mi disse: “Lo voglio anch’io il cellulare”. Mi costarono due telefoni – ha detto sorridendo ancora oggi Corsi –. Erano i primi modelli, di quelli che pesavano qualche… chilo. Questo per dire in due parole quello che era ed è il nostro rapporto». La vita che faceva a Empoli era quella di un bambino come tutti gli altri, con la differenza che a riempire la sua vita, oltre alla scuola e agli amici, c’era il calcio. Ma nonostante la lontananza dalla famiglia, non gli mancava niente. Anche perché…: «Quando era qua, andava a scuola agli Scolopi di Empoli. E poi faceva una vita normale. A quel tempo non avevamo la foresteria e sistemavamo i ragazzi che venivano da fuori in casa di alcune signore che, in accordo con la società, li ospitavano. Queste signore erano delle figure che si occupavano di accudire i baby dell’Empoli, di lavare e stirare i loro indumenti. Di prendersi cura del loro percorso, insegnandogli la giusta educazione. Tra l’altro, nel tempo, sono diventate dei personaggi e in paese vengono ricordate tutt’ora, prima di tutto perché grandi tifose dell’Empoli, e poi proprio perché hanno accudito questi ragazzi in un momento di crescita fondamentale per la loro vita calcistica e non». E poi la sua generosità, che emergeva fin da allora: «Vincenzo, dunque, viveva spensierato in casa della signora Ernestina e non c’erano problematiche particolari che lo riguardassero. Le problematiche nacquero poi, quando nel 1994 arrivo Di Natale, più piccolo di Montella di tre anni. Ricordo che Vincenzo ha sempre avuto una serenità e una tranquillità di base che Totò non aveva. Quest’ultimo sentiva forte la nostalgia della mamma e fui sollecitato proprio da Vincenzo, che all’epoca aveva 19-20 anni, a cercare di stare vicino ad Antonio che, più di una volta, era ‘scappato’ per andare a casa dalla madre. Mi diceva: “Stasera bisogna andare a cena con Totò. Bisogna stargli vicino, altrimenti va via…”. Tra loro c’era e c’è un legame forte. Si sta parlando di ragazzi che sono arrivati dalla stessa terra, che sono venuti via da un paese per arrivare in un altro paesone quando avevano solamente 13 anni e che hanno condiviso molte esperienze, pur non avendo mai giocato insieme. Venivano da origini familiari modeste e a Empoli hanno trovato la loro seconda famiglia, visto che – come ho già detto – il completamento della crescita l’hanno effettuato qui. Tra l’altro ho avuto modo di conoscere il babbo di Vincenzo, la mamma me la ricordo vagamente: due persone mai invadenti, per bene, che ebbi modo di rivedere anche al primo matrimonio di Montella a Ischia, al quale fui invitato». Ancora Fabrizio Corsi: «Ragazzi, Vincenzo come gli altri che sono arrivati bambini, che hanno fatto tutta la trafila delle giovanili, sono arrivati in prima squadra, sono stati valorizzati e poi sono andati via con l’Empoli nel cuore. Lasciando dietro di sé uno stuolo di storie sportive e non sportive. Anche perché la realtà di Empoli ci dice che la città ha sempre vissuto a stretto contatto con i ragazzi sia del settore giovanile che della prima squadra. Al tempo c’era anche una frequentazione assidua del centro storico e c’erano un paio di posti dove si ritrovavano sportivi e calciatori, giovani e meno giovani come il ‘Bar Roberto’ e la ‘Pasticceria Beppino e Moreno’ (adesso, invece, Montella si reca spesso al ‘Caffe Cristallo’, di proprieta dell’ex compagno Rosario Guarino, in via Tinto di Battifolle, e in Piazza della Vittoria dove si trova il ‘Four Sides’, negozio di abbigliamento di cui Vincenzo e socio insieme a Caccia, Di Francesco e Massimo Cioni). Ma il calcio era il motivo per il quale arrivo in Toscana. Giunto a Empoli, si mise in evidenza nel settore giovanile arrivando a giocare in Primavera con due anni d’anticipo: era un predestinato. Nel 1990-91, a 16 anni, fece addirittura il suo esordio in prima squadra ed ho in mente questo particolare: quando si trovò a confrontarsi con lo spogliatoio, non subì alcun impatto anzi, il suo atteggiamento fu paritario a quello dei giocatori di 30 anni. Montella a 16 anni era già un uomo e questa sua caratteristica è sempre stata il suo marchio di fabbrica, anche quando si è trovato ad affrontare problemi importanti. Nel 1991-92, inizio ad allenarsi con la prima squadra allenata da un ottimo Guidolin (in C1), ma giocò solo le ultime 6-7 partite segnando 4 o 5 gol. E questo ancora oggi lo rinfaccio scherzosamente al mio ex tecnico. Per me e per i dirigenti, Montella era un fenomeno. Per Francesco, tra l’altro persona splendida, no. Le qualità tecniche di questo ragazzo che si allenava con i giocatori piu ‘vecchi’ come Baldini, Spalletti, Carli, e tanti altri, erano cosi dirompenti che facevo fatica a comprendere il motivo per il quale Guidolin non gli desse spazio. Anche perché avevamo un centravanti, Guido Carboni, che sbagliava due gol a partita. Diciamo che ho capito che, da buon veneto, aveva qualche pregiudizio nei confronti dei napoletani (che poi ha superato, prendendosi il meglio di Totò Di Natale…). Sarei potuto intervenire, ma quello fu il mio primo anno da presidente, avevo 31 anni e non ancora la personalità e la sicurezza sufficienti per andare dall’allenatore e dirgli “Ma siamo nel ridicolo a non far giocare Montella”. Poi, dopo anni, c’ ho scherzato su con Guidolin per questo ‘abbaglio’. L’anno dopo, nel 1992-93, insieme al tecnico Nicoletti, decidemmo di puntare su di lui e farlo partire titolare. Vincenzo era giovane, ma si vedeva che poteva fare la differenza. Dopo un pareggio casalingo, vincemmo cinque partite di seguito. Eravamo primi e lui mise a segno 6 gol. Poi andammo ad Alessandria e perdemmo la partita… e il nostro attaccante per tutto il campionato: Montella si ruppe il perone e rientro solo alla fine della stagione. Di ritorno dalla trasferta, in attesa di portarlo a fare visite e accertamenti, rimase a dormire a casa mia. La mattina seguente mi confessò di non aver chiuso occhio dal dolore. Gli domandai perché non m’avesse chiamato, evidentemente non mi voleva disturbare o svegliare. Dopo quell’infortunio duro e quel campionato chiuso col 3° posto, costruimmo una squadra giovanissima, ma durante il ritiro estivo della stagione 1993-94, Vincenzo ebbe un altro grosso problema, che lo costrinse a stare fuori per tutto l’anno. Gli fu diagnosticata una miocardite di forma virale. In pratica, un virus gli aveva provocato un’infiammazione in un mm2 del cuore, esattamente dove partono gli organi di conduzione che danno il ritmo cardiaco. Aveva 140–150 pulsazioni a riposo. Fu sottoposto a cure specifiche per tutto l’anno, ma erano in molti a pensare che avrebbe dovuto smettere di giocare. Mi ricordo che lo portai dal professor Zeppilli a Roma (noto cardiologo e anche medico della Nazionale per tanti anni) il quale ci tranquillizzò rispetto al problema. Aveva fiducia: poteva risolverlo. Però doveva stare fermo e fare una cura a base di cortisone. Una volta ogni due mesi il problema sembrava scomparire poi, quando rientrava in campo, ricompariva. Incancellabile nella mia memoria una delle visite di controllo a Roma, durante la quale dissi a Zeppilli, provocandolo sul valore calcistico di Vincenzo secondo il mio punto di vista: “Guardi Professore, siamo in serie C ma questo è un giocatore importante. Se il ragazzo non guarisce, andrà a lavorare per il Comune di Castello di Cisterna, se invece guarisce arriverà in pochi anni in Nazionale…”.


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